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Alcune necessarie riflessioni

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ARTIGIANALITA’ E IMPRENDITORIA: SENTIRSI SOLI, SUCCEDE.

Negli ultimi mesi mi sono fermata spesso a riflettere sul mio lavoro, sul percorso fatto e su quello che sto costruendo da oltre quindici anni. Porto avanti un progetto artigianale in cui credo profondamente, un brand che nel tempo si è evoluto, è cresciuto e ha cercato di adattarsi alle esigenze di chi crea i capi e di chi li indossa. In questi anni ho sempre cercato di tenere l’orecchio teso, di ascoltare le critiche costruttive, i suggerimenti, le osservazioni che potessero aiutarmi a migliorare. Allo stesso tempo, non nascondo che i giudizi espressi con modi rudi e bruschi, spesso da chi non conosce davvero il lavoro che c’è dietro, mi abbiano ferita più di quanto si possa immaginare.

Ho cercato di crescere come donna e, parallelamente, di far crescere il mio marchio, tenendo conto di chi mi segue sui social senza acquistare, di chi è cliente affezionato, di chi arriva per la prima volta e di chi sceglie i miei capi da tanti anni. Ogni stagione ho provato a mettermi sempre più a disposizione, aprendo canali di comunicazione diretti, chat dedicate, rispondendo ai messaggi privati, alle email, creando spazi di confronto e di consiglio. Ho realizzato strumenti concreti per facilitare l’acquisto online, come file taglie personalizzati, perché so bene quanto possa essere complesso scegliere un capo senza provarlo, soprattutto per chi non è abituato. Ho lavorato molto anche sulla comunicazione visiva, cercando il modo migliore di fotografare i capi, di realizzare video esplicativi e, ancora prima dell’uscita di una collezione, di mostrarla interamente, aprendo box domande e momenti di confronto per permettere a chi acquista di arrivare preparato e consapevole.

È un lavoro enorme, spesso invisibile. Richiede tempo, energie, presenza costante. Tempo ed energie che inevitabilmente vengono sottratti alla vita privata e alla famiglia, perché fare impresa, soprattutto in modo artigianale, non significa lavorare dalle otto alle sei con pausa pranzo, ma portarsi il lavoro addosso praticamente sempre. Nonostante tutto questo, ho la sensazione che, a volte, fare tanto non sia mai abbastanza, che ci sia una richiesta continua di più, di risposte immediate, di soluzioni istantanee, come se tutto dovesse essere sempre e comunque sotto controllo.

Quello che noto sempre più spesso è una certa difficoltà ad aspettare, a osservare, a scoprire. Una tendenza a usare la lamentela come primo strumento, prima ancora di provare a capire, a cercare una soluzione o semplicemente a fermarsi un attimo. E qui sento il bisogno di sottolineare quanto le parole e i toni abbiano un peso enorme, soprattutto quando sono scritti. Senza il tono di voce, senza il contesto, una frase può ferire molto più di quanto si pensi. Aprire un sito, riscontrare un problema e scagliarsi immediatamente contro la persona che si ritiene responsabile non è sempre la strada migliore. Dietro uno schermo, dietro a dei vestiti, c’è una persona. Una persona che sta facendo del suo meglio, che soffre quando qualcosa non funziona come dovrebbe, che si rammarica se non riesce a dare il cento per cento e che, spesso, vede quel cento per cento messo in difficoltà da cause esterne, non dipendenti dalla propria volontà o da quella del proprio team.

Credo molto negli acquisti ponderati, fatti con consapevolezza. Non amo gli acquisti di impulso, non amo i capi che finiscono dimenticati negli armadi e non amo nemmeno la gestione dei resi, né per chi li fa né per chi li riceve. Le leggi tutelano giustamente il consumatore, ma molto meno chi crea, produce e gestisce un’attività artigianale. Per questo il mio invito è sempre quello di prendersi il tempo necessario prima di ordinare. Non c’è fretta. Non si tratta di beni essenziali o salvavita, ma di vestiti. Se qualcosa non convince, se qualcosa non funziona, spesso aspettare è la scelta migliore: ci sarà sempre un capo, in quella o in un’altra collezione, che piacerà ancora di più.

Allo stesso modo, credo sia importante imparare a rispettare i tempi. I tempi dell’artigianalità, che non sono quelli della produzione industriale. I tempi della produzione, della preparazione degli ordini, delle risposte. I tempi degli spedizionieri, che possono rallentare, scioperare per cause giuste, o avere difficoltà indipendenti da chi spedisce. Mettere insieme tutto questo e accettarlo può alleggerire enormemente il carico di ansia, sia per voi che per me.

Quando chiedo che un ordine venga ritirato entro una certa data, non è per capriccio, ma per motivazioni fiscali e amministrative. Quando richiedo che un bonifico venga effettuato entro 48 ore, è perché non posso poi trovarmi nella situazione di sentirmi dire che si voleva cancellare l’ordine pensando che il pagamento sarebbe partito automaticamente. Anche questi aspetti fanno parte del rispetto reciproco e del funzionamento corretto di un lavoro.

Proprio per tutte queste ragioni sto seriamente valutando un cambio di approccio per le prossime stagioni. Forse meno anticipazioni, meno spiegazioni continue, una collezione che si scopre quando esce, lasciando più spazio alla curiosità, alla ricerca personale, all’esperienza diretta sul sito. Non come passo indietro, ma come modo diverso di andare avanti. Per proteggere il mio lavoro, il mio tempo, le mie energie e, allo stesso tempo, il valore dei capi che creo.

Non nego che queste riflessioni e scelte derivino anche da ciò che mi è accaduto negli ultimi anni. Restare a gestire questo brand da sola ha avuto un forte impatto sulla mia emotività ed ho dovuto imparare, ordinare, comprendere, agire in campi non miei. Ma sento di avercela fatta. Otto mesi fa avrei urlato queste parole, usando l’ironia: ma ho capito che è una sfaccettatura del linguaggio che non tutti percepiscono, anzi. Tre mesi fa sarei stata zitta, muta, avrei ingoiato le parole per il terrore del giudizio. Ora sto meglio, mi sento in un perfetto ed instabile equilibrio che non mi fa più urlare o chiudere la bocca ma che mi permette di esprimere opinioni ed idee in cui credo senza la paura di espormi o di non farlo.

Ringrazio quella gentilissima infermiera che in una chat (creata da me per vendere o scambiare Versiliani vintage) mi ha dato della DITTATRICE perché mi sono permessa di mettere come regola di non vendere capi della collezione corrente. Ringrazio lei, la sua amichetta che ha rincarato la dose di insulti (totalmente immotivati), ringrazio di vedere queste due persone in un’altra chat dove non sanno della mia presenza, sempre vestite con i miei capi (che allora forse tanto scarsi non sono). Ringrazio la cliente storica che amavo e a cui ho aperto il mio cuore, che mi ha insultata gratuitamente facendomi sentire così piccola e sbagliata, perché grazie a quella orrenda sensazione i sono messa in discussione per proteggermi, purtroppo anche a volte da chi credo mi voglia bene.

Ringrazio chi non ha nemmeno provato ad immaginare come stessi quando ai lanci di collezione qualcosa andava storto. Chi non ha pensato che fossi in lacrime, sommersa dalla frustrazione di vedere un lavoro fatto egregiamente distrutto da qualcosa di esterno (hacker, software malfunzionante la cui assistenza tecnica risponde dopo settimane). Persone che hanno quindi deciso di mandarmi mail, DM, messaggi con toni orribili (tra i più brutti ricordo “è stato svuotante stare sul tuo sito”) senza pensare che dietro quel malfunzionamento c’era una persona che ci aveva messo l’anima. Grazie a tutti loro io oggi sono più forte. E non “guardo e passo” ma LOTTO per i miei diritti. Perchè non credo che il cliente abbia sempre ragione. Credo che ci voglia rispetto ed educazione.

Ringrazio però chi mi è sempre stato accanto e che ha percepito la crescita di questo brand che negli ultimi due anni ha chiuso a +45% e +48% mentre tanti brand intorno purtroppo crollano. Chi ha sempre avuto un messaggio gentile, chi mi ha mandato un cuore, chi mi ha detto BRAVA! IO ballo da sola ma accanto ame c’è un’orchestra che suona musica meravigliosa e oggi sono più decisa e più forte che mai.

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